Paleoclimatologia nelle grotte artiche: l’avventura scientifica di Gina Moseley
Il giorno dopo aver tenuto un seminario sulle sue missioni in alcune delle grotte più remote del pianeta, Gina Moseley ritorna al Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova per registrare un’intervista.
“La coffee room va benissimo”, risponde quando le propongo questa opzione, in alternativa ad un contesto più formale come la Sala del Consiglio. Saliamo insieme lungo la scala che porta al terzo piano e subito gli occhi di sua figlia Madeleine, una bimba di quattro anni e mezzo, cadono sui fossili incastonati nella pietra dei gradini.
Docente di Paleoclimatologia all’Università Innsbruck, Gina Moseley è una studiosa del clima che nel 2023 ha esplorato le grotte più a nord del pianeta, nella Groenlandia settentrionale, con l’obiettivo di raccogliere informazioni sul passato climatico del pianeta, in un’area cruciale come l’Artide che si sta riscaldando due volte più velocemente rispetto alla media.
Attraverso le concrezioni di calcite accumulatesi nel corso di migliaia di anni, le grotte possono rivelare la storia del clima consentendo di risalire molto più indietro nel tempo rispetto a quanto non possano fare le carote di ghiaccio estratte dalle calotte glaciali che si fermano a circa 130 mila anni fa. Con l’analisi dei depositi di minerali, che si formano quando l'acqua gocciola nella grotta o vi scorre attraverso, è infatti possibile scoprire cosa accadeva addirittura milioni di anni fa, e questo significa un grande salto di qualità in termini di ricostruzione climatica e comparazione tra le condizioni del passato e quelle odierne.
La passione di Gina Moseley per l’esplorazione degli ambienti sotterranei è iniziata a 12 anni quando sua madre la portò a esplorare la sua prima grotta durante un campeggio nel Somerset, in Inghilterra. Durante gli anni dell’università, Moseley ha intuito che il suo interesse per le grotte poteva aprire la strada ad un approccio pionieristico agli studi sul clima e da allora ha condotto numerose esplorazioni, concentrandosi soprattutto sulla Groenlandia dove è tornata per quattro volte.
“Le prime tre prima che diventassi mamma e la quarta dopo la nascita di mia figlia”, spiega Moseley aggiungendo che la parte più difficile è stata proprio la separazione da Madeleine, che all’epoca aveva due anni e mezzo. La maternità, aggiunge la studiosa britannica, ha portato a una consapevolezza più profonda di quanto i cambiamenti climatici rischino di condizionare il futuro delle nuove generazioni e quindi “è cambiato il modo in cui osservo e valuto i dati, sento tutto in un modo molto più personale”.

Nel 2023 Gina Moseley ha portato a compimento la più complessa tra le sue esplorazioni, coronando un sogno che era iniziato più di dieci anni prima quando aveva sentito parlare delle grotte di Wulff Land, nell’estremo nord della Groenlandia, fino a quel momento rimaste inesplorate a causa dei costi e della difficoltà di organizzare una simile spedizione.
“La parte più difficile in ogni spedizione è sempre trovare i fondi”, spiega Moseley. L’occasione giusta si è presentata nel 2021 quando la scienziata ha vinto il bando del Rolex Awards for Enterprise. Ad accompagnarla, dopo due anni di preparativi necessari per mettere a punto tutti gli aspetti tecnici e logistici, c’erano Robbie Shone, fotografo di National Geographic e suo compagno di vita e lo specialista in arrampicata tecnica Chris Blakeley. Oltre a loro solo l’elicottero che aveva il compito di portare il team avanti e indietro dal campo base alle formazioni rocciose.
I campioni raccolti nel 2023 sono ancora in fase di analisi ma i risultati su quelli prelevati dalle grotte esplorate nel 2015 e nel 2019 sono sorprendenti: le datazioni effettuate suggeriscono che gli speleotemi potrebbero risalire addirittura a milioni di anni fa, in un momento in cui la composizione atmosferica del pianeta era simile a quella attuale in termini di livelli di anidride carbonica.
La chiacchierata con Gina Moseley torna poi sul suo ruolo di “mother-in-science”, questa volta per riflettere sulla conciliazione tra vita privata e ambizioni professionali. Con orgoglio ci racconta di aver lanciato un progetto, all’interno del dipartimento in cui lavora, per la costituzione di alcuni spazi, dedicati ai genitori con bambini piccoli. “Ci sono fasciatoi, giocattoli, aree per le mamme che vogliono allattare o tirare il latte. Sono piccole cose ma possono fare la differenza e lanciano un messaggio importante. Alcune persone si domandavano se questa baby room sarebbe stata usata. E la verità è che è stata usata ancora prima dell’inaugurazione ufficiale”.
Infine un consiglio alle giovani ricercatrici o alle ragazze che sognano un futuro nella scienza, magari in un ambito come la speleologia che può implicare anche esplorazioni impegnative dal punto di vista fisico. “Le donne sono toste! Non abbiamo problemi con il lavoro sul campo. La cosa importante è circondarsi di persone che siano di supporto, informarsi su quanto sia avanzata la cultura dell’inclusione nell’istituzione per la quale ci si candida e se si riceve un comportamento inappropriato farlo sempre presente. Se si ha paura ad esporsi, come può accadere ad inizio carriera, il mio consiglio è quello di appoggiarsi ad una collega donna che sia in una posizione più elevata. In generale, siamo in una fase di transizione verso una maggiore consapevolezza e molte persone stanno cercando di fare propria la cultura dell’inclusione. A volte ci sono ancora degli stereotipi ma la situazione sta migliorando”.
"Ospitare Gina Moseley è stato il primo evento promosso dalla Commissione Diversity, Equity, Inclusion, recentemente istituita al Dipartimento di Geoscienze. Ringrazio il Direttore per aver istituito questa Commissione, che ha l'obiettivo di creare un ambiente di lavoro accogliente e inclusivo, in grado di offrire tutto il supporto necessario alla realizzazione delle aspirazioni individuali. Un ringraziamento a Gina per la sua partecipazione, e a Francesco Sauro e Ilaria Barone per l'organizzazione" ha affermato la professoressa Gabriella Salviulo, coordinatrice della Commissione.
Articolo scritto da Barbara Paknazar
Riprese e montaggio a cura di Barbara Paknazar
Photo Credits: Robbie Shone

